Casa & reparto, quando il primario è donna

Francesca Catalano, Antonella Di Stefano, Agata La Rosa e Maria Pia Onesta sono dipendenti dell’Azienda Ospedaliera per l’emergenza Cannizzaro di recente nominate in incarichi di grande responsabilità: la Direzione, rispettivamente, delle Unità Operative Complesse di Senologia, Pediatria, Farmacia e Unità Spinale Unipolare. L’Azienda ospedaliera Cannizzaro ha già visto nel suo passato e nel suo presente figure femminili di grande spessore in ruoli apicali di basilare importanza per la vita  dell’ospedale, ma questa volta è la contemporaneità degli incarichi che ha suscitato la nostra curiosità. Così abbiamo incontrato le interessate per capire un po’ di più anche su aspetti della loro vita personale, scoprendo donne intelligenti, capaci, brave e, perché no, anche belle: quattro domande per quattro direttori.

Direttrici

Le dottoresse Onesta, La Rosa, Catalano e Di Stefano

La dott.ssa Francesca Catalano dal giugno 2010 è dirigente medico di Chirurgia senologica nell’Azienda Ospedaliera Cannizzaro, nell’Unità operativa di Senologia di cui da poco è direttore. La dott.ssa Antonella Di Stefano, prima dell’incarico di Direttore di Pediatria con Pronto Soccorso, è stata dirigente medico di Neonatologia in Terapia intensiva neonatale, sempre nell’Azienda Cannizzaro. È in questo ospedale dal 2001 la dott.ssa Agata La Rosa, farmacista ospedaliera da 25 anni, in precedenza per l’Asp di Catania. Specialista in fisiatria, la dott.ssa Maria Pia Onesta si occupa di riabilitazione soprattutto di tipo neuromotorio e neurologico e dal 2004 è dirigente medico in Medicina fisica e riabilitazione al Cannizzaro, dove negli ultimi anni si è dedicata all’apertura e all’avvio dell’Unità Spinale, che ora dirige.

Come si concilia un ruolo così impegnativo con la vita privata e familiare?
Maria Pia: È difficilissimo… Già è difficile conciliare il lavoro di medico con il ruolo di donna, l’ulteriore incarico di Direttore poi rende questo compito ancora più complicato. Io cerco di dare delle priorità e credo che non sempre la priorità sia la famiglia così come non sempre sia il lavoro. Organizzo le mie attività alla giornata: la priorità della giornata può essere in alcuni casi il lavoro perché magari ci saranno delle situazioni di particolare importanza in quella giornata che dovrà essere dedicata per 16 ore al lavoro, mentre ci sono altri giorni in cui invece la priorità potrà essere la famiglia, come accompagnare i bambini a scuola – ho tre bambini di 12, 11 e 4 anni –  piuttosto che andare alla riunione e così via.
Antonella: La mia vita è cambiata totalmente, però ritengo che le donne che siamo arrivate a questo punto già da sempre abbiamo dovuto conciliare tutto nella nostra vita, sottraendo qualcosa alla nostra famiglia sin dai tempi della specializzazione e dei primi incarichi di lavoro. Naturalmente ora è cambiato perché ci sono responsabilità maggiori, per cui magari il pomeriggio o la mattina libera che dedicavo un po’ più a me stessa o alla famiglia oggi viene concordata perché le priorità sono cambiate. Io ho figli già grandi, di cui una sposata, e quindi non ho più l’impegno delle mamme con bimbi piccoli.
Agata: La base di partenza per conciliare la professione con la vita familiare è una buona organizzazione. È difficile ma non impossibile, con una buona organizzazione riesco a conciliare sia il lavoro che la famiglia. Quello che ne viene meno è lo spazio che prima potevo dedicare alla mia persona: non ho più tempo per lo sport, per la palestra piuttosto che per il parrucchiere o per i miei hobby. Ciò mi rincresce; faccio sempre dei buoni propositi ma alla fine sono troppo stanca per potere fare le cose che mi piacciono.
Francesca: Io credo che le donne riescano a fare molte più cose rispetto agli uomini. Si lavora 8/10 ore al giorno in ospedale, poi si torna a casa per affrontare altri lavori. Bisogna, soprattutto, trovare il tempo per parlare con i propri figli, farsi raccontare come è andata a scuola, controllare i compiti e nel frattempo cucinare, programmare la giornata dell’indomani, preparare gli zaini etc.  Credo che le donne abbiamo molta più capacità di organizzare e sintetizzare la nostra vita e organizzarla su più campi. È comunque difficile; infatti, se mi guardo allo specchio temo sempre di non essere una mamma perfetta perché i bambini sono affidati alle cure di mia madre, che se non ci fosse non potrei fare quello che faccio, e di una baby sitter fissa che li accudisce anche per far fare loro i compiti, che io semplicemente controllo. Però penso anche che non è importante la quantità del tempo che si passa con i bambini – io ho tre bambini piccoli di 12, 11 e 6  anni – ma soprattutto la qualità del tempo che passiamo con loro. A me, ovviamente, è quasi negata l’uscita serale perché, anche se abbiamo diversi inviti, li decliniamo sempre e rinunciamo spesso al divertimento perché la sera è un momento tutto nostro, in cui ci raccontiamo la giornata, ceniamo insieme, ci corichiamo tutti insieme nello stesso letto in modo tale da raccontarci con serenità anche fatti carini, frivoli, che ci fanno ridere.

Essere donna sul lavoro dà un valore aggiunto? E quale? Ci sono invece difficoltà maggiori rispetto all’essere uomo?
Francesca: Nell’ambito della senologia sicuramente l’essere donna mi agevola perché tratto patologie femminili molto delicate, in cui sono coinvolte oltre alla malattia causata da tumore anche altri fattori importanti come la paura di perdere la propria femminilità, la propria sensualità, il rapporto con il compagno. Anche l’aspetto fisico ed estetico non va mai sottovalutato. Le donne si aprono in maniera totale comunicando ansia e paure che magari non direbbero a un collega. Ci sono donne che hanno subito la mastectomia e che hanno dei problemi a rapportarsi con il proprio compagno. A noi che facciamo terapia e diagnostica del tumore della mammella spesso raccontano le loro storie. Difficoltà con l’altro sesso? Credo di essere stata fortunata, ma no. Ho un rapporto eccellente con i colleghi di sesso maschile che fanno chirurgia della mammella e credo che tutto sommato non ci siano stati ostacoli nella mia carriera. Forse se avessi scelto di fare una chirurgia più pesante sarebbe stato più difficile, ma facendo una chirurgia così delicata, così “femminile”, non ho mai avuto difficoltà.
Antonella: Ritengo che essere donna in pediatria sia sicuramente un valore aggiunto perché le donne sono inevitabilmente più mamme. Ci sono certamente colleghi uomini pediatri molto validi però, forse, la maternità facilita l’approccio con il bambino. Naturalmente nella cura della patologia non c’è differenza tra l’essere donna e l’essere uomo. Ritengo di non avere mai avuto difficoltà nei rapporti di lavoro e nei rapporti professionali con l’altro sesso. Forse per una donna è più difficile il primo approccio nel mondo dei rapporti di lavoro perché la prima cosa che gli altri (uomini) pensano è: “vediamo se questa è intelligente o no”. Superato il primo scoglio, i miei rapporti di lavoro sono sempre andati bene con tutti, con colleghi, con superiori sia uomini che donne.
Agata: Io credo che la donna nel lavoro non abbia nessuna marcia in meno rispetto all’uomo, anzi, per il tipo di formazione, la donna è più portata a risolvere problemi e conflitti all’interno del lavoro quale, ad esempio, il rapporto con il personale e il rapporto relazionale in genere. Trovo che la donna sia più tollerante in certe situazioni. Il valore aggiunto è dato proprio dall’essere donna, perché noi siamo più disposte al sacrificio, alla comprensione, alla tolleranza e ciò ci mette in un piano diverso rispetto all’uomo. Personalmente nella mia attività non ho avuto maggiori difficoltà rispetto a un uomo, ma ci sono determinati ruoli in cui capisco che la donna potrebbe avere degli svantaggi rispetto a un uomo.
Maria Pia: Anche nel mio ambito l’essere donna è un valore aggiunto perché le donne hanno capacità di intuizione superiori a un uomo e doti di sensibilità che sono molto importanti nella nostra branca perché si affronta il problema della prognosi, il problema della sessualità e del futuro dei pazienti che, soprattutto quando sono giovani, diventa particolarmente delicato. E lì il fatto di essere donna probabilmente aiuta, nella comunicazione soprattutto. Per quanto riguarda maggiori difficoltà rispetto a un uomo nei rapporti di lavoro, sono d’accordo con Antonella nel dire che c’è di solito una fase di sperimentazione in cui il collega uomo cerca di capire se sei intelligente, brava o solo la solita che vuole andare avanti in ogni modo perché donna.

Il successo dà la felicità? Ci possono essere problemi quando la coppia è sbilanciata in senso non tradizionale? E la relazione risente del ruolo sociale così importante della donna?
Francesca: No, assolutamente il successo non dà la felicità, semmai è un traguardo, una meta raggiunta. Credo che chi fa medicina lo faccia solo per grande amore altrimenti non potrebbe, e quindi è il traguardo per una vita di studi e di lavoro, ma non dà la felicità. Perché si possa parlare di felicità devono quadrare troppe cose all’interno del percorso della vita e se non quadrano tutte…
Antonella: Sono d’accordo con Francesca. Penso che il successo non può dare la felicità. La felicità è un concetto molto personale che esiste solo se è condivisa con i propri affetti sennò non avrebbe significato. Il successo fine a se stesso non significa nulla ma se condiviso con gli affetti può contribuire alla felicità di una persona.
Maria Pia: La felicità è un sentimento transitorio, non uno stato definitivo. Può nascere da tanti fattori e comunque il successo non dà la felicità, o meglio: ti può dare una felicità momentanea per il raggiungimento di un traguardo importante ma è una cosa passeggera perché subito mette in moto tutta una serie di altri effetti che non danno felicità. Per quanto riguarda il rapporto della coppia, penso che ognuna di noi quando già ha iniziato la propria attività lavorativa abbia fatto una palestra con il proprio compagno per cui, nel mio caso, quando sono arrivata a questa fase, dopo un periodo di confronti di diverso tipo, abbiamo raggiunto un equilibrio. Ma non è facile. C’è una fase in cui magari ci sono aspetti non comunicati, forme non perfettamente espresse che fanno nascere se non una competizione sicuramente un confronto, quando però ci si vuole bene e si capisce che c’è una passione e un desiderio di realizzare un progetto si raggiunge un equilibrio.
Agata: Devo dire che un problema nella coppia l’ho avuto all’inizio della mia carriera, perché subito dopo il matrimonio non lavoravo. Mio marito era abituato a vedermi a casa nel ruolo di donna di famiglia e, quindi, inizialmente, non accettava il fatto che io potessi essere anche una donna in carriera. Col tempo, però, le cose sono cambiate. Anche qui dipende dalla donna. Io, ad esempio, non faccio differenze tra il lavoro e la casa. Sono sempre la stessa. A casa nessuno percepisce la mia stanchezza, cerco di essere sempre serena, tranquilla, affronto tutto con lo stesso metro di valutazione. Come ho già detto, quello che tolgo è a me stessa e alle mie cose. Non ho sacrificato né la famiglia né il lavoro. Non credo alla felicità, spero nella serenità. La felicità è fatta solo di attimi fuggenti, che non sono quelli che ti fanno stare bene nel quotidiano. Io sono serena quindi, al contrario, posso dire che il successo non ha sminuito la mia serenità.

Nell’Unità Operativa che dirige anche se ancora da poco, cosa ritenga possa essere migliorato e cosa invece valorizzato?
Agata: La farmacia dell’ospedale Cannizzaro è bene avviata, abbiamo tante attività all’avanguardia. Da poco è stata costruita l’UFA per quanto riguarda gli antiblastici. Facciamo tante cose che sono meritevoli di pregio rispetto ad altre realtà siciliane e nazionali. A livello nazionale non abbiamo nulla da invidiare a una farmacia ospedaliera. Il mio proposito è quello di aggiungere un mattone a un pilastro che è già solido: quello che farò consiste nel razionalizzare le risorse umane, centralizzare alcune attività al fine di poter impiegare meglio il personale, potenziare le attività di carattere più marcatamente scientifico.
Francesca: Credo di esser stata fortunata perché l’Unità Operativa di Senologia esiste da due anni e quindi è abbastanza nuova. Credo che non vada migliorato molto, ma soprattutto vadano aumentate le prestazioni offerte all’utenza. Vanno ancora di più abbattute le liste d’attesa, anche se le nostre sono molto brevi e non perché si lavora meno che altrove ma, al contrario, perché abbiamo una organizzazione che ci consente di lavorare molto. Però anche aspettare qualche mese o un paio di mesi per un’ecografia a volte è troppo. Va quindi migliorata la gestione del personale medico e infermieristico. Cosa va valorizzato? Dobbiamo farci conoscere meglio all’esterno, perché è giusto che tutti, soprattutto le donne, sappiano che l’Azienda Cannizzaro ha un fiore all’occhiello per vari aspetti, perché l’U.O. di Senologia è gestita totalmente da donne, il personale medico ma anche infermieristico e ausiliario è volutamente femminile e questo fa la differenza. Inoltre siamo in grado, con tantissimi sacrifici quotidiani, di offrire alle donne tutto il percorso, dalla visita clinica e quindi dal primo esame clinico fino all’intervento, alla chemioterapia, alla radioterapia, alla ricostruzione della mammella. Questo va detto a tutti i cittadini catanesi e non solo perché, purtroppo, ancora molti non sanno e si affidano a strutture dove magari non ci sono specialisti che lavorano solo su questo settore.
Maria Pia: Anche l’Unità Spinale è una Unità Operativa recente e quindi ideata secondo i parametri più moderni. La Direzione ha fatto il massimo in tutti i sensi: dalla formazione del personale, alla edificazione della struttura, all’acquisto dei materiali, alla dotazione organica. Si può sicuramente migliorare il rapporto all’interno dell’ospedale con gli altri reparti soprattutto quelli afferenti all’emergenza, per seguire il paziente fin dal suo arrivo al Pronto Soccorso. Un altro elemento su cui lavorare è il collegamento della struttura con l’esterno, ma per fare questo bisognerebbe coinvolgere altre figure altre direzioni e autorità istituzionali. Ciò dipende molto dal sistema sanità; deve cambiare una mentalità perché la nostra Unità Spinale è unica in Sicilia e non siamo ancora abituati. Noi riceviamo ormai pazienti dalla Calabria e finanche dall’Africa. È un merito di questa Azienda Ospedaliera il fatto di avere creato una struttura che accoglie i pazienti mielolesi a 360°. Abbiamo avuto l’ambulatorio stracolmo e non ce l’aspettavamo perché da 30 anni o da sempre i pazienti che non avevano un punto di riferimento andavano a Roma o Milano per un follow up.
Antonella: Io ho trovato una struttura nuova perché di recente la pediatria è stata trasferita al monoblocco e dal punto di vista alberghiero la situazione è eccellente, il reparto è perfetto. Le mamme spesso mi dicono di avere l’impressione di trovarsi in un hotel a cinque stelle: stanze singole con frigorifero, televisore, videoregistratore. Dal punto di vista organizzativo e clinico, stiamo cercando di migliorare: sto creando una zona per le malattie infettive, una zona per bambini con insufficienza respiratoria, un’ala cioè per patologie importanti. Un altro miglioramento che stiamo cercando di attuare con la collaborazione della Direzione riguarda il percorso del bambino che arriva in Pronto Soccorso svincolato dal Pronto Soccorso generale.

   

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